ISKO Italia. Documenti

Organizzazione della conoscenza

Come mi vuoi, generale o speciale?

da AIDA informazioni, 32: 2014, n. 1-2, p. 111-113

di Claudio Gnoli


Riprendendo la nostra rubrica dedicata ai problemi dell'organizzazione della conoscenza (KO), vorrei considerare in questa occasione una polarità che è sempre esistita in questo campo. Si tratta dell'alternativa tra l'adottare un sistema di organizzazione della conoscenza (KOS) generale, che unifichi tutto il sapere in uno schema concettuale complessivo, oppure speciale, che cioè si dedichi soltanto ad un preciso settore. Esistono infatti tesauri speciali e tesauri generali, classificazioni speciali e classificazioni generali, ontologie speciali (domain ontologies) e ontologie generali (top-level o upper ontologies)...

È chiaro come gli uni e gli altri offrano vantaggi e al contempo apportino limitazioni: la coerenza e l'interconnessione dei saperi favorite dai KOS generali sono spesso controbilanciate da una loro minore specificità e dall'imposizione di strutture astratte che non sempre coincidono con quelle degli esperti specializzati in saperi di settore: il trattamento della matematica nella Classificazione Dewey notoriamente non soddisfa i matematici, che preferiscono la loro Mathematics Subject Classification (MSC); d'altra parte usando quest'ultima ci si trova in difficoltà non appena occorra indicizzare un documento rilevante per la propria raccolta ma esulante dall'àmbito strettamente matematico; inoltre le classi della MSC per la fisica matematica potrebbero rivelarsi mal compatibili con quelle corrispondenti del Physics and Astronomy Classification Scheme, adottato da altre riviste e biblioteche con cui ci si troverà a dover collaborare...

In questo senso il saggio Douglas Foskett già avvertiva che neppure gli schemi speciali possono prescindere del tutto da una qualche concezione della totalità del sapere [International classification, 18: 1991, n. 2, p. 87-91]. Un KOS generale può apparire velleitario nel suo sistematizzare tutte le conoscenze dell’umanità in un quadro unico; ma è anche necessario per fare il punto di ciò che si sa e proseguire nelle ricerche, come hanno percepito molti filosofi in tutte le epoche. Anzi è proprio la presenza di una struttura coerente di interconnessioni che distingue la conoscenza, che ricorre nel nome della KO, dall’insieme delle informazioni singole.

Le classificazioni generali nel Novecento sono state spesso definite "universali": un termine ultimamente poco in voga, ma riconsiderato nel bel call for papers dell'ultimo Classification Research Workshop, facente parte del congresso annuale dell'ASIS&T (Seattle, novembre 2014): "historic tensions continue to challenge us: the tensions between universal standards and local variations [...]; between an infrastructure that pushes us towards homogeneity and communities that insist on their specificity [...]. With such a pressing need for harmonization, the time is ripe to revisit the great general classification schemes."

Nettamente schierata a favore degli schemi speciali è la scuola dell'analisi di dominio (domain analysis), iniziata con un citatissimo articolo di Hjørland e Albrechtsen [JASIST, 46: 1995, n. 6, p. 400-425] e che vede l'adesione di molti odierni autori della letteratura KO. Questo approccio considera la KO essenzialmente come un settore della sociologia, e ritiene quindi che essa debba partire dall'osservazione dei modi in cui ciascuna comunità produttrice di conoscenze — ad esempio i ricercatori accademici con una certa specializzazione o i cultori di una determinata forma di arte o di svago — tende a strutturarle. Questo porterà a riprodurne fedelmente le terminologie e gli schemi concettuali, intendendo il ruolo della KO come passivo, senza alcun tentativo di favorire attivamente una maggiore coerenza fra conoscenze in forme trasversali e interdisciplinari. Si accetta cioè che ogni dominio costituisca un mondo a sé, disinteressato a comunicare con altri mondi — cosa che sarebbe invece necessaria per consentire interdisciplinarità e interoperabilità, come osserva anche il call di Seattle.

Ma in che cosa consiste esattamente un dominio? Il termine viene in genere utilizzato in modo pragmatico per intendere qualsiasi comunità di ricercatori e autori, riferendosi sia a settori molto specifici del lavoro, della tecnologia o dello spettacolo che alle tradizionali e più ampie discipline accademiche — eventualmente suddivise in sottodiscipline: la biologia comprende la citologia, l'anatomia, la fisiologia, la sistematica, l'ecologia ecc.

Le discipline si sono consolidate nel corso della tradizione universitaria degli ultimi secoli, attraverso Ramus, Bacone, Ampère, Comte ecc. Sono quindi in un certo senso suddivisioni del sapere convenzionali: se i papuani sviluppassero un proprio sistema del sapere indipendente da quello occidentale (senza risentire delle ormai inevitabili contaminazioni della globalizzazione), forse esso risulterebbe organizzato in modo diverso.

D'altra parte, è anche possibile che le discipline riflettano suddivisioni effettivamente implicite negli oggetti della conoscenza, cioè che si comportino come il bravo macellaio di Platone, capace di tagliare le parti di carne in corrispondenza delle venature naturali della muscolatura e ottenere così fette più morbide. Esiste forse un modo più naturale degli altri di "fare a pezzi il mondo", come si esprime l'ontologo Roberto Poli [in Slavic & Civallero eds., Classification and ontology, Ergon, 2011, p. 145- 157]?

In effetti l'ontologia filosofica ci dice che le classi di oggetti si distinguono per il loro manifestare insiemi di categorie differenti: i viventi, che sono l'oggetto della biologia, si definiscono tali in quanto si rivelano dotati di una struttura cellulare, di metabolismo, di processi riproduttivi, di crescita, invecchiamento e morte, ecc. Non avrebbe senso applicare la categoria di vivo/morto a un pentagono o a una stella. Si possono allora identificare le classi di oggetti in base alle proprietà di cui danno prova, anche a monte della scelta umana di studiarli insieme: lo studio dei fenomeni fatti di cellule, che nascono, crescono, si riproducono ecc., cioè dei viventi, lo chiamiamo biologia, lo studio delle masse di materia che emettono luce, dette stelle, lo chiamiamo astronomia, e così via.

Questa procedura logica ci porta ad individuare quelle discipline che sono definite prevalentemente dal loro oggetto di studio. Esistono peraltro anche discipline definite piuttosto dal loro modo di osservare le cose e dal loro metodo, applicabili a una varietà molto grande di oggetti, come la filosofia, la religione, l'arte o la storia [Gnoli in Babik ed., Proceedings ISKO 2014, Ergon, p. 129-135]. Al loro elenco possiamo aggiungere la stessa scienza in generale, definibile dai suoi metodi, per poi affermare che molte sue sotto-discipline (astronomia, chimica, biologia...) sono invece definite dai loro oggetti.

 


Come mi vuoi, generale o speciale? = ISKO Italia. Documenti. Organizzazione della conoscenza. 9 — <http://www.iskoi.org/doc/rubrica9.htm> : 2023.08.10 -